Una discussione al bar tra Paolo e Mario

argomento bitcoin (parte quinta)

Scritto dalla redazione il 16 novembre 2017

Paolo: Ciao Mario
Mario: Ciao Paolo, come va? Metabolizzata la lezione di ieri sulla crittografia a chiave pubblica?
Paolo: Abbastanza, certo, immagino che tu abbia semplificato molto il procedimento matematico, ad esempio la volta prima mi avevi detto che i numeri primi devono essere molto grandi
Mario: Sì, infatti, proprio per rendere molto complicata la forzatura della coppia di chiavi
Paolo: Mi puoi fare vedere una coppia reale di chiavi?
Mario: Sì, in questa pagina puoi vedere un certificato digitale, all'interno del quale potrei notare la chiave pubblica (Public Key), e a seguire la chiave privata
Paolo: Bene grazie, di che mi parli oggi?
Mario: Iniziamo con la blockchain
Paolo: Ok, ti dico subito quello che so o, almeno, quello che ho capito dai siti e dalle trasmissioni televisive, e già, perchè ormai ne parla pure la televisione. E cioè che rappresenta la rivoluzione informatica dei prossimi anni.
Mario: E chi ti ha fatto credere questo?
Paolo: Lo leggo da tutte le parti, il bitcoin è sì una tecnologia innovativa ma quello che cambierà, che avrà l'impatto che ha avuto internet sarà la blockchain.
Mario: Ah, scrivono questo? Magari rimanendo sul vago quando si chiede loro il come
Paolo: Noto un certo scetticismo nelle tue parole, non è così, non sarà così?
Mario: Il futuro non posso prevederlo ma per me non è la tecnologia che cambierà il mondo, o comunque non lo cambierà in meglio
Paolo: Ma un informatico luddista proprio a me doveva capitare
Mario: No, non sono un luddista ma l'età mi ha insegnato ad essere prudente
Paolo: Ma se hai appena quarantanni
Mario: E molti di questi anni li ho passati davanti ad uno schermo, per cui non si può dire che sia un antitecnologico. Vedi, esiste una visione del mondo, ovviamente propagandata da molti guru e aziende della Silicon Valley, che vede nelle tecnologie digitali la risposta ad ogni problema. In questa visione, attraverso una riorganizzazione dell'esistenza che passa dalle nuove tecnologie, è possibile monitorare e migliorare ogni comportamento. Io invece penso che questi strumenti non siano neutri, che i loro effetti vadano esaminati in chiave politica ed etica. Che si debba riflettere su chi, e come, ce li mette a disposizione. Dopo questa digressione sul mio pensiero ... torniamo alla blockchain.
Paolo: OK, sentiamo queste critiche
Mario: Numero uno, non è sostenibile. Ti ricordi la produzione dei bitcoin? la quantita di energia elettrica letteralmente buttata per risolvere un quiz matematico? Il modo in assoluto più inefficiente ed idiota di usare l'energia elettrica (quest'ultima frase non è mia ma di Dario Faccini, uno che di efficienza energetica ne sa molto più di me
Paolo: Sì, ne abbiamo parlato l'altro giorno
Mario: Bene, per la blockchain vale qualcosa di simile. La blockchain è un database distribuito, anzi, meglio, una tecnologia per database con più utenti che non si fidano l'uno dell'altro (il termine fiducia ricorrerà spesso nei nostri discorsi perchè è il muro portante di bitcoin e blockchain), un gigantesco file per semplificare, contenente la cronologia di tutte le transazioni, che si trova replicato in tantissimi computer, nodi della rete
Paolo: E a che serve replicarlo?
Mario: A fare a meno di un server centrale, di una struttura centrale
Paolo: E questo è un male?
Mario: Sicuramente non è sostenibile, che senso ha creare migliaia di copie di un qualcosa, è come se in una piccola cittadina invece di una biblioteca pubblica ci fossero tantissime biblioteche con gli stessi libri disseminate per il paese. Sicuramente, a me singolo cittadino, verrebbe più comodo recarmi presso quella più vicina a casa mia ma per la collettività sarebbe un bene? i costi enormi per mantenere centinaia di biblioteche avrebbero un senso? O si potrebbero spendere quei soldi per qualcosa di più utile a tutti? E aggiungo, sempre rimanendo nell'esempio biblioteche, per ogni libro nuovo in città vedresti i bibliotecari fare immediatamente tante copie, una per ogni biblioteca clone e distribuirle, assommando i costi della distribuzione a quelli della gestione
Paolo: Magari nel digitale e su internet i trasferimenti e la gestione di file sono più economici
Mario: Sicuramente, ma non a costo zero. E quel minimo moltiplicalo per migliaia, per milioni.
Paolo: Ma ogni nodo deve contenere l'intera blockchain?
Mario: Con il passare del tempo (e in parte sta già succedendo) e la blockchain sempre più grande non tutti i nodi saranno in grado di memorizzare l'intera cronologia, Per ovviare a questo, grosso, problema si sono studiati degli escamotage, uno è di avere due tipi di nodi, il nodo completo e quello "leggero". Ma così facendo si torna alla centralizzazione perchè i nodi a bassa capacità dovranno fare affidamento su nodi completi e ad alta capacità che possono permettersi di archiviare l'intera blockchain. E la centralizzazione comporta problemi di affidabilità, poiché i nodi leggeri dovendosi fidare dei nodi completi possono diventare vittime di un nodo completo "canaglia"
Paolo: E allora perchè molti ne parlano con termini entusiastici, sarà per le prestazioni tecniche?
Mario: In termini puramente prestazionali come, ad esempio, le transazioni al secondo, le tecnologie blockchain esistenti sono di molto inferiori rispetto alle tecnologie più convenzionali. La rete Bitcoin è limitata all'elaborazione di massimo sette transazioni al secondo, mentre la rete di pagamento Visa ha una capacità massima di 56.000 transazioni al secondo
Paolo: Una bella differenza
Mario: In questo interessante articolo (in inglese), in parte ripreso qui, l'autore scrive che nonostante gli investimenti fatti finora i pochissimi casi di utilizzo della blockchain al di fuori delle crittovalute sono stati fallimentari e il valore aggiunto della blockchain minimo
Paolo: Grazie, me li leggerò con calma, comunque il titolo del secondo articolo, quello in italiano, è emblematico: "Sarà anche il futuro, ma finora la blockchain è un pacco", vuoi vedere che avevi ragione tu?, eheheheh
Mario: Consentimi una piccola digressione
Paolo: Prego
Mario: In una transazione economica l'acquirente e il venditore possono cooperare, cioè inviare la merce come convenuto e ricevere il pagamento come promesso oppure non cooperare, non inviare la merce o inviarla difettosa, non ricevere il pagamento e così via. Se l'acquirente e il venditore non si fidano l'uno dell'altro, allora il risultato è che nessuno scambio ha luogo. Tutto chiaro fino ad ora?
Paolo: Beh, in questo periodo non è che ci sia tanto di cui fidarsi in giro, tra truffe e frodi
Mario: In termini teorici questo è conosciuto come il problema fondamentale della cooperazione. Esistono diverse soluzioni classiche al problema della cooperazione. Uno è la reputazione. In una comunità di operatori commerciali chi non riesce a mantenere una promessa otterrà una reputazione negativa, e gli altri operatori si rifiuteranno di fare affari con lui. Questa minaccia di esclusione dalla comunità agisce come deterrente. La reputazione è però una soluzione limitata. Funziona solo all'interno di comunità in cui le informazioni sulla reputazione si diffondono in modo efficace. Nelle moderne economie di mercato su vasta scala in cui le persone commerciano soprattutto con estranei bisogna adottare un'altra soluzione: l'introduzione di un terzo soggetto.
Paolo: Se ho capito bene, queste terze parti in sostanza costringono le parti a cooperare e a portare a compimento le loro promesse.
Mario: Esatto, oltre al commercio, un altro esempio del problema della cooperazione è la valuta. I commercianti hanno interesse a mantenere una valuta stabile ma ognuno di essi, individualmente, preferirebbe pagare con denaro falso o non in possesso (gli assegni a vuoto ti dicono qualcosa?). Anche in questo caso la soluzione è l'introduzione di soggetti terzi. Lo Stato controlla le valute metalliche e le banconote e punisce i contraffattori, e le banche controllano i registri e impediscono alle persone di spendere soldi che non hanno.
Paolo: Quindi l'intermediazione è il modello dominante dell'organizzazione economica nelle odierne economie di mercato
Mario: Ma non è priva di rischi. Le banche potrebbero applicare commissioni esorbitanti e gli Stati abusare del loro potere svalutando la moneta. Tu mi dirai, c'è la concorrenza, se una banca applica commissione troppo alte il correntista può passare ad un altro istituto di credito. E oltre alla concorrenza ci sono organismi di controllo e, nel caso degli Stati, strutture sovranazionali.
Paolo: E a questo punto entra in gioco il Bitcoin
Mario: L'intenzione dei creatori di Bitcoin era di sostituire i terzi con la tecnologia, come fanno a fidarsi un acquirente di Taiwan e un venditore del Brasile senza terzi? Semplice, con la matematica. Una macchina al posto della burocrazia umana imperfetta e capricciosa di un Stato o di una banca. Ma per funzionare, il protocollo Bitcoin, ha bisogno di regole, di software, di programmi e ... di decisioni. E chi li prende queste decisioni? Persone ovviamente, in carne ed ossa.
Paolo: E se qualcuno non è d'accordo?
Mario: Può sempre creare un'altra cryptovaluta, un fork, ma l'economia di rete ci insegna che la concorrenza non funziona affatto in presenza di forti attrattive di una rete in particolare: tutti preferiscono essere nella rete in cui si trovano gli altri, anche se le sue regole non sono esattamente quelle che preferirebbero.
Paolo: Ma dimmi una cosa che, apparentemente, non c'entra con quello che ci stiamo dicendo, ma se qualcuno inizia a "spammare", cioè ad effettuare transazioni con il solo scopo di gonfiare la blockchain a dismisura, che succede?
Mario: No Paolo, quello non si chiama "spam" ma DDOS (Distributed Denial of Service attack) cioè inviare pacchetti TCP da una rete distribuita di computer, in quantità, verso un sito, con lo scopo di renderlo inaccessibile, quindi si configura come un vero e proprio attacco criminale informatico, anche se, nel caso del Bitcoin, sarebbe un attacco all'infrastruttura non ad un sito in particolare
Paolo: Ho capito, e quindi è vulnerabile?
Mario: Se le transazioni fossero a costo zero sì, ma dato che c'è una commissione da pagare non conviene a nessuno attaccare
Paolo: Hanno pensato proprio a tutto, eh
Mario: Insomma, è vero che c'è una commissione, ma è minima, quindi se l'attaccante fosse uno Stato o una banca, quindi con ingenti somme da investire, potrebbe comunque arrivare allo scopo
Paolo: OK, questo in un futuro ... ma mi racconti un po' del passato, delle origini del Bitcoin
Mario: Bene, torniamo allora al 15 settembre 2008, sai cosa è successo quel giorno?
Paolo: No, cosa?
Mario: La Lehman Brothers, una delle più grosse banche d'affari del mondo, ha dichiarato bancarotta, dando di fatto inizio alla crisi finanziaria globale
Paolo: Ah sì, ricordo
Mario: In quel periodo la crisi di fiducia dei depositanti e degli azionisti verso le banche ha raggiunto il culmine
Paolo: E tu dici che sia stato per quello che ha preso piede il Bitcoin e le altre cryptovalute?
Mario: Sicuramente ha contribuito, se poi ci aggiungi l'atavica sfiducia verso gli Stati, verso la pubblica amministrazione, gli intermediari in genere, allora gli ingredienti ci sono tutti
Paolo: La disintermediazione può anche essere un bene, penso alla filiera corta dei prodotti agro-alimentari
Mario: Torniamo al bitcoin. Chi erano, secondo te, i precursori del gruppo che ha scritto le specifiche del bitcoin?
Paolo: Informatici, crittologi, matematici?
Mario: Sì ma con un interesse al limite del fanatismo verso la privacy e la crittografia. Tanto che negli anni '90 si formò un movimento, dal nome cypherpunk, che accumunava il pensiero scientifico al pensiero politico che era principalmente libertario, spaziando tra individualismo, anarcocapitalismo, tecno-anarchia e anarchismo sociale. Questi hacker erano convinti che la crittografia avrebbe portato forti cambiamenti nella società e che una moneta matematica potesse diventare un giorno una valida alternativa alle monete ufficiali
Paolo: Non mi dici niente di nuovo, gli ambienti dove nascono le invenzioni o gli inventori stessi sono spesso molto diversi da chi poi quelle invenzioni li sfrutterà commercialmente.
Mario: Quello che salvo del Bitcoin è solo il monito dato alle banche e istituti simili del tipo: "Attenzione, non tirate troppo la corda, una moneta matematica, che parta e si diffonda dal basso, è possibile farla. Tecnicamente non può essere questa, troppi i limiti e le inefficienze, ma il sasso è stato lanciato"
Paolo: Ma nelle stanze del potere, nelle istituzioni, ad esempio nel Parlamento, si parla di Bitcoin?
Mario: Se ne parla da anni ma l'errore di fondo, secondo me, che si fa, è quello di scindere le questioni, da un lato la questione tecnologica, e qui sono tutti a favore, anche perchè gli "esperti" chiamati ai convegni, alle sedute delle commissioni parlamentari, sono solo i fan dell'accoppiata blockchain/bitcoin e non i detrattori, dall'altra le sue "applicazioni" tutt'altro che virtuose (ad esempio leggi il resoconto stenografico della seduta del 12 settembre 2017 della VI Commissione della Camera dei Deputati?
Paolo: Perciò si dovrebbe discutere anche sul lato tecnico, se è davvero innovativa tecnologicamente?
Mario: Ti ricordi la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984? Ero bambino ma ricordo ancora l'entrata del "Rocket Man", l'uomo razzo, che per qualche decina di secondi sorvolò lo stadio grazie ad uno speciale zaino con propulsori che gli permetteva di volare. Era uno spettacolo, certo, ma chissà quanti pensarono che quello fosse il primo di chissà quanti voli umani. Sono passati 33 anni ma non mi risulta che in giro ci siano tanti "uomini razzo".
Paolo: Nel 1984 non ero nemmeno nato, comunque uomini razzo magari no, però ho sentito da poco, in televisione, che i poliziotti del Qatar useranno dei quadricotteri simili a questo
Mario: Mmmmmmh, e tu l'avresti il coraggio di salire sui quei cosi con quattro eliche che girano a pochi centimetri dalle tue gambe?
Paolo: Il rischio non è il mio mestiere ma torniamo ai nostri discorsi, le istituzioni, lo Stato, cosa dovrebbero fare?
Mario: Vedi Paolo, ogni innovazione tecnologica ha in sé un rischio intrinseco ma nonostante ciò, il genere umano non può fare a meno di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi. Stabilire se i vantaggi superino i deficit connessi all'ammodernamento è il compito più complesso cui sono chiamati gli Stati moderni. Nel nostro caso lo Stato dovrebbe intervenire per regolamentare questa materia e per mettere in guardia quelle persone che, attratte dal miraggio di un facile guadagno, possano rimetterci i risparmi di una vita. Ti faccio un esempio. Nessuno pensa che le banche siano buone. Magari pensiamo che siano utili ma sappiamo che il loro scopo è fare soldi e stiamo attenti a quello che ci propongono. I media, le istituzioni pubbliche, le sorvegliano e informano i cittadini. Rispetto ai prodotti della Rete, che nel nostro caso sono i bitcoin, questo livello di controllo non c'è
Paolo: Quindi lo Stato dovrebbe solo sorvegliare e mettere in guardia?
Mario: No, uno Stato, secondo me, non può favorire una tecnologia nata in parte contro di esso, una tecnologia basata sulla sfiducia su chiunque altro che non sia se stesso e la macchina. Lo Stato dovrebbe promuovere la trasparenza, la sostenibilità, la fiducia nelle persone, non la segretezza, l'anonimato, lo spreco di risorse.
Paolo: Come, ad esempio?
Mario: Come l'open data, l'open source, open government e tutto ciò che è aperto, trasparente e non chiuso e, per certi versi ... losco. Serve una visione etica e politica per sviluppare in senso positivo le nuove tecnologie
Paolo: Ma il protocollo della Blockchain/Bitcoin non è open source?
Mario: Già, ed è quindi ancora più assurdo che gli informatici di tutto il mondo, in massa, non si siano accorti di quanto insostenibile e rischioso sia tutto questo, o forse i fan e i fanatici del bitcoin sono più bravi a comunicare
Paolo: Grazie Mario, anche oggi ho imparato tante cose, e non solo dal punto di vista tecnico.
Mario: Ciao Paolo, buona serata, alla prossima puntata.